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Kandinsky a Roma: guardare un quadro per capire una città

  • 18 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Ci sono mostre che finiscono quando esci dalla sala. E ci sono mostre che continuano fuori, per le strade.


La retrospettiva su Kandinsky che aprirà il 15 settembre a Palazzo Bonaparte ha le qualità giuste per essere la seconda, a patto di uscire dalla sala espositiva con la domanda giusta: dove ho già visto questa grammatica visiva? La risposta, per chi conosce Roma nord, è a pochi isolati di distanza.


Settanta opere dal Centre Pompidou di Parigi, un percorso che va dalle prime sperimentazioni figurative fino alle composizioni astratte che hanno riscritto il linguaggio visivo del Novecento: è la retrospettiva più attesa da venticinque anni.


Ma il suo valore più inatteso non è dentro Palazzo Bonaparte. È fuori: nei Parioli, lungo il Flaminio, sul Lungotevere, dove quella stessa grammatica visiva si è depositata, nel dopoguerra, sulle facciate di alcuni degli edifici più interessanti della città.


Il Bahaus come tramite

Il legame tra Kandinsky e l'architettura non passa per citazioni o influenze dirette. Passa per qualcosa di più profondo: una cultura visiva condivisa.


Dal 1922 al 1933, Kandinsky insegnò al Bauhaus, portando nell'istituzione che stava reinventando il design europeo la sua teoria della forma come linguaggio autonomo: il colore come emozione, la geometria come struttura del pensiero, la superficie come campo espressivo e non semplicemente decorativo.


Gli architetti italiani del dopoguerra quella cultura la conoscevano bene. La facciata liberata dalla decorazione storicista, il ritmo come principio compositivo, il mosaico come campo cromatico invece che come rivestimento ornamentale erano nell'aria di ogni scuola di architettura europea degli anni Quaranta e Cinquanta.


È quello che si vede ancora oggi, percorrendo certi tratti di Roma nord: la stessa visione del mondo tradotta in mattoni, mosaici e cemento armato.



I Parioli

Chi percorre viale Bruno Buozzi o via Archimede con occhi allenati alla pittura astratta riconosce qualcosa di familiare. La Palazzina Girasole di Luigi Moretti, completata nel 1950 e diventata subito un'icona, abitata tra gli altri da Roberto Rossellini, Ingrid Bergman e Totò, ha la facciata anteriore rivestita da un mosaico di mattonelle vetrose bianche che la trasformano in una superficie cromatica quasi pittorica. La profonda fenditura verticale al centro non è solo un espediente plastico: è una composizione. Un campo visivo diviso da una linea, in cui peso e leggerezza si confrontano esattamente come nelle tele del periodo bauhausiano.


Poco distante, la Palazzina Salvatelli in via Eleonora Duse porta la firma di Gio Ponti, che dichiarò esplicitamente di voler offrire una "signorilità di funzionamento" contrapposta ai "pacchiani attributi signorili" dell'edilizia circostante. Il rivestimento originale (un mosaico di gres bianco latte, oggi purtroppo sostituito) era pensato per rendere la superficie "gentile e pura": un'idea di facciata come piano astratto, non come involucro decorato.


Ugo Luccichenti, che forgiò più di ogni altro il volto modernista dei Parioli e della Balduina, lavorava sulle stesse idee: facciate trattate come diaframmi, volumi scomposti in piani che si sovrappongono senza coincidere, geometrie che si animano senza mai diventare ornamento.


Il Flaminio e il Lungotevere

La stessa grammatica si legge spostandosi verso il Flaminio e il Lungotevere.

La palazzina Furmanik, firmata da De Renzi e Calza Bini tra il 1938 e il 1940, è un esempio di come il razionalismo romano sapesse trattare la facciata come un piano geometrico in tensione, con un'articolazione delle bucature che non obbedisce alla simmetria classica ma a un ritmo interno, quasi musicale. E la musica, non a caso, era la metafora preferita di Kandinsky per spiegare la propria pittura.


Più a nord, il complesso del Foro Italico porta all'estremo questa cultura visiva in senso pubblico e monumentale: le piscine con i loro mosaici geometrici, lo Stadio dei Marmi con la sua astrazione classicista, la Farnesina con i suoi volumi essenziali sono tutti figli della stessa stagione in cui il confine tra arte, architettura e design si era fatto permeabile.


Esattamente il confine che Kandinsky, al Bauhaus, aveva contribuito a dissolvere.


Il valore di saper leggere

Una mostra è sempre anche un'occasione di sguardo. Quella su Kandinsky, che aprirà a settembre nel cuore di Roma, offre qualcosa di raro: la possibilità di rileggere interi quartieri attraverso una chiave interpretativa che raramente viene applicata al mercato immobiliare, e che invece incide su di esso in modo più diretto di quanto si pensi.


L'identità profonda di un quartiere non si misura solo in metri quadri, esposizione o finiture. Si sedimenta nei materiali, nelle proporzioni, nella cultura visiva stratificata negli edifici che lo compongono.


Le palazzine di Moretti, Luccichenti e Ponti ai Parioli, i volumi razionalisti sul Flaminio e sul Lungotevere non sono semplicemente architettura del dopoguerra: sono il punto in cui una delle stagioni più fertili del pensiero visivo europeo ha trovato forma costruita. Chi abita quegli edifici vive, spesso senza saperlo, dentro un pezzo di storia dell'arte moderna.


Krhome pratica questa lettura con continuità, convinta che la cultura non sia uno sfondo decorativo del mercato immobiliare, ma una delle sue componenti più determinanti e più durature.



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