Roma come apice. Chanel come conferma.
- 18 mag
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"Un apice." Bruno Pavlovsky, presidente delle attività moda di Chanel, ha usato questa parola per descrivere Roma.
Non "location iconica", non "destinazione strategica", le formule che il lessico corporate riserva alle città di transito. Un apice. Vale a dire: un punto al quale si arriva solo quando si è pronti.
L'annuncio della collezione Métiers d'Art 2027, in programma il 2 dicembre 2026 con Matthieu Blazy alla sua prima passerella italiana nella Capitale, va letto a partire da quella parola.

Roma è stata scelta perché rappresenta qualcosa che nel lusso contemporaneo è diventato raro: un luogo che non ha bisogno di essere costruito.
La città non è più teatro di passaggio. È diventata destinazione di elezione.
Il linguaggio dell’artigianato
La Métiers d'Art non è una sfilata ordinaria. Dal 2002, questa collezione esiste per celebrare gli atelier che custodiscono il savoir-faire di Chanel: i ricamatori, i piumassieri, i gantiers, maestranze invisibili al pubblico ma essenziali all'identità della maison.
Ogni anno, la città scelta non è un semplice sfondo: deve avere nel proprio DNA culturale lo stesso rispetto per la materia, per il tempo, per la tecnica. Deve essere un luogo in cui l'artigianato non è folklore, ma memoria viva.
Roma risponde a questa esigenza in modo quasi ovvio, eppure non banale. La collezione, secondo le prime indiscrezioni, prenderà ispirazione dalle architetture della città, quella stratificazione di materia e tempo che nessun altro luogo al mondo possiede con la stessa intensità.
Blazy è un designer che ha costruito la propria poetica sul valore dell'invisibile: il taglio, la mano, la texture. Da Bottega Veneta, ha ridefinito l'idea di lusso silenzioso.
Da Chanel, sembra voler fare qualcosa di simile: sottrarre per rivelare.
Non è la prima volta che Chanel sceglie Roma. Ma è la prima volta che lo fa con questo atteggiamento: nel 2015, Lagerfeld portò Parigi dentro Cinecittà. Blazy fa il percorso opposto. Non porta la maison in città: viene in città per ascoltarla.

Roma nel calendario del lusso globale
L'arrivo di Chanel si inserisce in un movimento più ampio che sarebbe un errore leggere come una serie di eventi scollegati. Negli ultimi anni, Roma è diventata il palcoscenico preferito delle maison più attente alla sostanza del lusso. L’ultima era stata Valentino, che con la sfilata a Palazzo Barberini aveva affidato ad Alessandro Michele il compito di reinterpretare l'identità della maison proprio nella città in cui quella identità era nata.
Prima ancora, Dior aveva scelto i giardini di Villa Albani Torlonia per la Cruise 2026.
Le grandi maison hanno inseguito a lungo un lusso globale e nomade, fatto di metropoli futuristiche e scenografie consumate nel tempo rapido dei social. Oggi sembra emergere il desiderio opposto: tornare nei luoghi che possiedono memoria, profondità culturale, un'identità capace di dare peso alle immagini. Roma offre tutto questo senza doverlo costruire.
Il valore che non si vede, ma si legge
Per chi osserva il mercato immobiliare romano di pregio, questi segnali vanno letti con attenzione. La presenza ricorrente delle maison del lusso in una città non produce effetti solo sull'industria della moda o del turismo. Produce effetti sulla narrazione della città stessa; e la narrazione, nel real estate di alto livello, è parte integrante del valore.
Quando Chanel sceglie Roma, costruisce un immaginario. E gli immaginari, nel lusso, diventano desiderabilità. La desiderabilità diventa domanda. La domanda orienta i mercati. Chi acquista un immobile a Roma sta acquistando anche l'appartenenza a un luogo che il mondo del lusso ha scelto come proprio interlocutore privilegiato.
Chi sa leggere queste trasformazioni prima che diventino evidenti ha un vantaggio. Le maison del lusso e i mercati immobiliari di pregio obbediscono alle stesse logiche di fondo: cercano i luoghi in cui il valore è reale, mai artefatto. Luoghi in cui la qualità non dipende dalla moda del momento, ma da qualcosa di più antico e più resistente.
È la stessa prospettiva con cui Krhome osserva Roma: non solo come mercato da monitorare, ma soprattutto come sistema di valori da interpretare. Perché è nelle città che sanno riflettere qualcosa di vero che il valore autentico trova casa.





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